domenica 12 agosto 2012

Cannoni di Agosto

Il nome è quello di un libro dei primi anni '60 della scrittrice Barbara Tuchman riguardo lo studio della prima guerra mondiale ed in particolare della storia del preludio e dei primi mesi della prima guerra mondiale. L'autrice, con questo libro, vinse il premio Pulitzer nel 1963. J. F. Kennedy disse che era il migliore libro della prima guerra mondiale ed insinuò che sarebbe stata una ottima ed indovinata strenna anche per Nikita Kruscev. L'autrice si sofferma abbastanza velocemente sull'affannoso lavoro diplomatico che precedette il conflitto per passare ad una narrazione ed analisi minuziosa di quanto accadde nel primo mese di guerra, dall'invasione del Belgio, la battaglie delle Frontiere, la battaglia di Tannenberg, l'invasione della Francia e, infine, l'insperata occasione per i francesi, rappresentata dall'errore compiuto dai tedeschi, ormai sicuri della vittoria. Il libro termina con la decisione di Joffre di combattere sulla Marna, nella seconda settimana di Settembre 14. Il libro è entusiasmante; l'autrice porta subito nel vivo delle battaglie che inaugurarono il tragico andirivieni di quei quattro terrbili anni. Ci mostra in azione Joffre, Moltke, i cadetti di Sant-Cyr, Ludendorff e gli ulani che portavano il terrore nelle città belghe; assistiamo al fallimento dei piani operativi dei due stati maggiori, quello tedesco che era certo di aggirare in poche settimane tutto il fronte nemico e di raggiungere Parigi e la Manica, e quello francese che puntava tutte le sue speranze sullo sfondamento della linea del Reno e sulla penetrazione nel cuore della Germania. Dopo le cannonate di Agosto, tutte le illusioni caddero per fare spazio alle mine, alla zappa e al fucile. Cominciava la guerra di trincea. Questo libro aiutò il  presidente J.K. Kennedy ad evitare di fare quegli stessi errori compiuti dalle potenze europee nel lontano 1914, mentre affrontava i  13 giorni della crisi dei missli di Cuba dell'Ottobre 1962 che portarono il mondo sull'orlo di un conflitto nucleare.
Durante una riunione con il fratello Robert Kennedy ed il consulente politico Kenneth P. O'Donnell, proferì una frase, riportata dallo stesso O'Donnel, che i nostri moderni statisti (se mai ce ne sono ancora) dovrebbero pronunciare:

" Nessuno ha esperienza su come affrontare questa cosa (la crisi dei missili), perché è un accadimento nuovo e nuove devono essere le modalità per affrontarlo.Siamo soli a decidere cosa fare. E non c'è niente di più immorale che far prendere decisioni del genere da altri, quando siamo noi chiamati ad assumerle".

Mi sono tornate in mente queste frasi e sopratutto la capacità di quel presidente a gestire in maniera differente rispetto ai predecessori una situazione particolarmente critica, e fare riferimento a quello che oggi i politici ed in particolare "i servi" del capitale non sono in grado di affrontare riguardo alle novità di questi giorni.

Si torna a parlare di attacco all’Iran.

Efraim Halevy, l’ex direttore del Mossad, ha detto al New York Times che l’attacco è probabile «nelle prossime dodici settimane», ossia prima delle elezioni presidenziali in USA. Ciò perchè Netanyahu valuta che, dopo, la lobby ebraica avrà meno potere su un Obama rieletto per l’ultima volta e che non deve più andare a caccia dei voti e dei soldi giudaici; e se vince il repubblicano Romney, benchè sdilinquito in servilismo per Sion, non si lascerebbe trascinare in un’ennesima guerra all’inizio del suo mandato.La finestra di opportunità è dunque quella: 12 settimane, tanto più che Israele non ama le campagne invernali.   
Dopo sei anni di minacce, Israele vuol farla finita davvero con Teheran? Anche l’ammiraglio americano James Stavridis, attuale capo dello US European Command nonchè SACEUR – Supreme Allied Commander Europe della NATO – confidandosi con un capo di Stato Maggiore europeo: «Siamo nel 1914». Non con esultanza ma con rassegnazione.Viene evocata la data che vide la propaganda guerrafondaia e ineluttabili i Cannoni di Agosto. Anche allora ci furono personalità che videro avvicinarsi l’inutile strage, cercarono di fermarla e non ci riuscirono: oggi il copione è tornato ad essere più attuale che mai.
Il 27 luglio, prima della preghiera del venerdì, l’ayatollah Ali Khamenei, il capo supremo iraniano, ha convocato gli alti gradi militari per avvertirli: «Saremo in guerra nel giro di settimane», indicando grosso modo settembre-ottobre per l’inizio del conflitto. E facendosi riferire da ogni generale o dirigente il grado di prontezza del settore di cui è responsabile. Khamenei ha chiamato questa riunione «l’ultimo consiglio di guerra» prima dell’azione.
Siamo quindi al dunque del confronto USA Israele da una parte e l'Iran dall'altro, con alle spalle Russia e Cina, in una stessa situazione che il mondo affrontò proprio alla vigilia della prima guerra mondiale.
In realtà, gli ammiragli americani non sembrano così sicuri, dato che hanno ispirato o fatto filtrare un articolo sul Washington Post, in cui segnalano la pericolosa concentrazione delle costose e sofisticate forze navali USA (almeno due portarei, forse tre, ciascuna con la sua squadra d’appoggio) in quello stretto braccio che è il Golfo, e specialmente lo stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del greggio del pianeta, e che Teheran può facilmente bloccare in caso di conflitto. Il gigante navale, con poca capacità di manovra in quelle acque affollate e anguste, è alla mercè di attacchi «a 360 gradi», ossia dal mare, dal cielo, e da sotto il mare – fanno sapere gli ammiragli.le moderne navi da guerra USA sono equipaggiate di difesi di sistema multipli . Ma l’Iran mira a neutralizzare il vantaggio tecnologico americano sviluppando la capacità di colpire da direzioni multiple simultaneamente... non solo con lanciamissili mobili, ma anche con nuovi mini-sommergibili, elicotteri e centinaia di velocissimi motoscafi potentemente armati (sul modello dei MAS, Motoscafi Armati Siluranti usati dagli italiani durante l'ultima guerra europea). Questi sono diventati la pietra angolare della strategia iraniana di difesa del Golfo contro un avversario molto più grosso. I motoscafi possono rapidamente spiegare le 2.000 mine anni-nave di cui pare disponga l’Iran, o ammassarsi in gruppo per attaccare grandi navi come da tutti i lati allo stesso tempo, come uno sciame di vespe contro una preda più grossa».
Si cita poi uno studio del 2009 condotto dal capitano di corvetta Colin Boyton per lo Army War College che criticava il tipo di dispiegamento di troppe forze navali nello stretto di Hormutz: «Nell’imminenza di un conflitto, ciò significa cedere all’Iran il vantaggio di come e quando cominciare. Ciò può portare ad una prima salva devastante per le forze navali USA».
E perchè allora si sono messi in quella condizione, gli ammiragli? Sembra, per ordine dei politici: «Le nostre forze navali quando sono nello stretto di Hormutz, sono vulnerabili. Ma se le togliessimo, i Paesi del golfo (nostri alleati) si sentirebbero più vulnerabili. Ed oggi già si sentono molto, molto vulnerabili». Il tutto per calmare l'ansia dei re sauditi e degli emiri miliardari che temono l’Iran (e le loro minoranze o maggioranze sciite interne), l’America rinuncia ad un vantaggio strategico. Adesso, gli ammmiragli USA temono di far le spese dell’avventurismo israeliano , con perdite delle costosissime piattaforme portaerei da cui dipende la dominanza mondiale statunitense; e gli israeliani (che probabilmente attaccheranno dall’aria o dai sottomarini germanici) hanno meno da temere, e certo non rifonderanno le spese.
Si sta ripetendo insomma una strana atmosfera, quasi un egregore, che richiama sinistramente quella indicata dal libro della Tuchman. L'amara differenza rispetto ad allora è che non c'è nessun presidente o uomo di stato che sia in grado di capire cosa significano i cannoni di agosto.

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